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Per una coppia, il percorso di PMA, ovvero procreazione medicalmente assistita, è irto di ostacoli, situazioni imbarazzanti, cattiverie più o meno involontarie pronunciate da amici e sconosciuti. Una nostra lettrice fa il punto su come ci si sente a vivere questo percorso.

Quando non riesci a fare un figlio all’inizio non lo sai, che non ci riesci.
Ci provi per un mese, due mesi, dieci mesi e pensi che sia normale. In fondo, inizi ad avere una certa età, non sei più una ragazzina. Le amiche, la mamma, la ginecologa ti hanno detto che devi pazientare, che ci vuole almeno un anno per fare un bambino, che è tutto normale. Minimizzano. Perché ti preoccupi? Perché sei in ansia? Perché proprio tu dovresti avere qualcosa che non va? Se sei preoccupata, fai gli esami! (ma vedrai che non hai niente!)

Quando non riesci a fare un figlio, non li vuoi fare, gli esami. 

Hai paura. Una paura paralizzante della parola “infertilità”. E se poi gli esami dicono che ho qualcosa? E se non posso fare un figlio? Non sono pronta all’idea di non poter fare un figlio. Meglio non pensare. Fai come lo struzzo e metti la testa sotto la sabbia. Forse si tratta solo di aspettare ancora un po’ ed impegnarsi un po’ di più. Cosa c’è di più bello che fare l’amore? In fondo: non è quella la parte divertente?

Quando non riesci a fare un figlio, il tuo corpo diventa l’unica cosa che per te abbia un senso sulla Terra.
In ogni momento di ogni singolo giorno la tua attenzione è puntata sul tuo ciclo mestruale. Sai interpretare ogni dolore, ogni crampo. Sei in grado di predire, con precisione svizzera, il giorno, anzi le ore dell’ovulazione, quando le ovaie ti fanno male e la pelle sul tuo addome si tende. Riconosci la fitta alla pancia che preannuncia le tue maledette mestruazioni con ben cinque giorni d’anticipo e infrange, anche per quel mese, tutte le tue speranze. Il sangue che di nuovo macchia le mutandine, per l’ennesima luna, ti lascia svuotata e triste. E rannicchiata tra le lenzuola, al buio, mentre il tuo compagno non sa cosa dirti, ti fai un pianto disperato e liberatorio prima di ricominciare tutto da capo.

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Quando non riesci a fare un figlio, ti affidi al metodo scientifico. 

Anche se lo “senti”, per capire se è o no il momento giusto per concepire, vai su Amazon e compri test di ovulazione a pacchi (in sconto).

E quando non riesci a fare un figlio, quello che dice il test di ovulazione è legge. La mattina appena sveglia, corri in bagno, prendi la penna, scarti lo stick, togli il tappo, fai la pipì sulla linguetta e aspetti. Sul display, la faccina sorridente ti annuncia che il momento buono per concepire un bambino è… ora. 

“Amore, dobbiamo farlo adesso!”

“No, amore, ora non posso, sono già in ritardo. Lo facciamo stasera, va bene?”. Un bacio a fior di labbra e chiude la porta dietro di sé.

Mezza nuda, con il dispositivo in mano e un cuore invaso dall’ansia, ti butti sotto la doccia in modo che l’acqua lavi via le lacrime che ti bagnano le guance. 

“Che stronzo. Se se ne è andato, significa che non gli importa abbastanza.”

L’idea che tu stia trattando il tuo compagno come un maledetto toro da monta non ti passa neanche per la testa.

Quando non riesci a fare un figlio, la sopravvivenza della tua relazione non è scontata.
Dipende da quanto vi amate, ma anche da quanto dolore riuscite a sopportare insieme. Da quanto lui riesce a consolarti, da quanto tu riesci a non trattarlo da semplice donatore di sperma. Dipende da quanta voglia avete di parlare: di voi, dei vostri desideri, della vostra vita, dei vostri progetti.
A volte non si ha voglia di parlare.
A volte ci si chiude a riccio.

A volte, lui si rifugia sul divano a giocare con la Play. E tu ti chiedi se tutto questo abbia un senso.

Quando non riesci a fare un figlio, tutte le donne intorno a te rimangono incinte. 

Nell’ordine: la tua amica storica dell’asilo; la tua compagna di banco delle medie; la tua amica di Terza C;  la tua vicina di casa che ha sei anni più di te e ha già passato i Quaranta; tua cognata.  E queste sono solo le donne a cui vuoi bene. Poi, naturalmente rimangono incinte anche le mogli degli amici del tuo compagno (almeno quattro a distanza di un paio di mesi l’una dall’altra). Oltre alla moglie di quel compagno delle medie veramente stronzo, che è già al secondo figlio. E mentre muori dentro per l’evidente ingiustizia divina, pensi: ma perché pure ‘sto idiota si riproduce e io no? 

Quando non riesci a fare un figlio e hai una certa età, le persone – tutte le persone, anche le amiche più strette – hanno reazioni fastidiose di vario tipo. Alcune non possono esimersi dal pronunciare le loro migliori frasi fatte, tipo “È lo stress. Non devi stressarti troppo”. Oppure “Non ci devi pensare. Se ci pensi troppo, non arriva. Vedrai, appena ti rilassi…”, o ancora “Se deve arrivare, arriva. È il destino” (ma no, dai? Pensavo fosse lo Spirito Santo).

Altre dimostrano tutta la loro superficialità e insensibilità con un “Ma perché vuoi un figlio? Ma hai già una vita così piena”, oppure “Ma goditela finché non hai figli! Guarda che dopo non hai più un minuto per te!”.

Altre ancora presuppongono che, vista l’età, tu di bambini proprio non ne voglia. E quindi si sentono in diritto di lanciarti frecciate del tipo “Beata te, che riesci a lavorare così tanto e che sei childfree!”, insinuando che per te ci siano cose ben più importanti che cambiare pannolini e scaldare biberon. Come invece hanno scelto di fare loro che sono madri, of course. 

Quando non riesci a fare un figlio, di solito le uniche persone che riescono a capirti e a non pronunciare banalità o cattiverie sono le amiche che, come te, non riescono a fare un figlio. Mica per niente si dice “Mal comune, mezzo gaudio”.

La verità, quando non riesci a fare un figlio, è che tu e quelle come te siete nel mezzo. Sì, nel mezzo, tra le Madri e Quelle-che-non-vogliono-figli. Nel mezzo tra quelle che sono rimaste incinte al primo tentativo e sembrano sprizzare fertilità da tutti i pori e quelle che provano schifo per i bambini perché, cito testualmente “pisciano, cagano e frignano tutto il giorno”. E tu zitta, ad ascoltare entrambe le categorie annuendo con un sorriso a metà.

Per questo, quando non riesci a fare un figlio, iniziano a starti sulle scatole due tipi di donne: quelle che hanno figli e si lamentano di continuo su internet di non aver più tempo per se stesse e che stavano tanto meglio prima; e quelle che non vogliono figli e spiattellano fieramente di aver abortito, dopo esser rimaste incinte per sbaglio. A modo loro, sono stronze entrambe.
Le prime, perché mica gliel’ha prescritto il dottore di fare un bambino. Se non ne volevano, potevano non farne; e le seconde perché sì, abortire è loro diritto, come è loro diritto avere cure sanitarie adeguate, come è loro diritto non essere eventualmente giudicate poco di buono per la loro condotta sessuale. Però vaffanculo, a loro è capitata per sbaglio una cosa che tu vuoi disperatamente da tanto tempo, e la stanno letteralmente buttando via. Potrebbero almeno non sentirsene troppo fiere sui social. Ma tu come sempre stai zitta, ti incolli un sorriso posticcio sulla faccia e, se capita, difendi (perché ci credi) i diritti delle donne, sia di abortire che di lamentarsi.

Quando non riesci a fare un figlio, troppo spesso pensi che sia solo colpa tua. 

Sì, solo tua: che lavori troppo, che ti stressi troppo, che fai uno sport inadeguato, che bevi troppo caffè, che ti fai un calice di vino ogni tanto… Perché è inutile girarci intorno: le frasi fatte e le cattiverie degli altri hanno un peso anche su di te. Forse davvero non hai “spazio” per un bambino. Perché avresti ripreso l’università, sennò? Perché lavoreresti così tanto? Forse per te la realizzazione personale conta più di un figlio. Tu decisamente NON SEI Wonder Woman. Ma dove vuoi andare? È evidente che se non riesci a fare un figlio sia colpa tua. Non ti pare?

Quando non riesci a fare un figlio, a un certo punto, prendi coraggio e gli esami li fai. 

E dicono che, se non riesci a fare un figlio, è davvero soprattutto colpa tua, dei tuoi problemi di salute pregressi.

Piangi. La psicologa non ha niente di meglio da suggerirti che “accettare che forse tu un figlio non lo devi fare. Su, non lamentarti.”

Mavaffanculo.

Quando il tuo corpo non riesce a fare un figlio, e tu non hai più così paura, le provi tutte.  Integratori, stimolazione ormonale per il concepimento naturale, inseminazione intrauterina. Niente. Per la tua ginecologa resta solo la PMA, procreazione medicalmente assistita. E dopo tanti fallimenti, prendi, anzi prendete, tu e il tuo compagno, appuntamento con riluttanza.

Quando non riesci a fare un figlio e ti rivolgi al centro di PMA, hai paura. Di nuovo. Quella paura paralizzante che avevi superato, torna più forte di prima, almeno all’inizio. E allora, di nuovo, rimandi gli esami e l’inizio del percorso. E il tuo compagno non può che pazientare, perché quella con l’utero, in fondo, sei tu.

Quando non riesci a fare un figlio e inizi il percorso di PMA, devono saperlo tutti.

Cioè, tu non vorresti che lo sapessero tutti, per esempio in ufficio, ma devi dirlo per forza. Il tuo sacrosanto diritto alla riservatezza ti viene strappato nel nome di una efficiente organizzazione del lavoro. Deve saperlo il supercapo, i tuoi responsabili, la tizia dell’amministrazione, la collega con cui stai gestendo un progetto… tutti. Altrimenti come puoi giustificare la tua assenza per tre mattine la settimana, due ricoveri (pickup in anestesia generale e transfer) e le visite successive? Lo devi dire, sei costretta. E non importa quanto gli altri siano carini con te (perché, spoiler: a volte lo sono davvero): ti senti terribilmente esposta, come un bersaglio con un bel cerchio rosso disegnato nel mezzo.

Quando inizi il percorso di PMA e superi la paura, trovi la solidarietà.

Solidarietà vera. Non frasi di circostanza o sguardi di compassione, ma comprensione vera. A seguire il percorso sono donne come te, coppie come la tua, con storie come la vostra, problemi come i vostri. E pensi che forse non sarà semplice iniettarti in pancia dosi da cavallo di ormoni, ma almeno avrai qualcuno con cui parlarne “davvero”, senza il timore di essere compatita o giudicata.

Quando inizi il percorso di PMA, capisci che devi affrontare una tappa alla volta. Una visita per volta. Un esame del sangue per volta. Potresti sempre avere valori sballati di ormoni, potrebbero essere cresciuti pochi ovociti. Riuscirai ad arrivare al pickup, cioè al prelievo degli ovociti? E dopo il prelievo, si feconderanno? E quanti? E se si fecondano, sopravvivranno? E quanti ne sopravvivranno per il transfer? E dopo il transfer, andrà tutto bene fino al prelievo per il test di gravidanza?

Affrontare una tappa per volta ti aiuta a non impazzire.

Quando fai il transfer, e vedi quel piccolo grumo di cellule che somiglia a una mora succosa sullo schermo della sala operatoria, ti senti emozionata come se fosse la tua prima ecografia. E per un attimo, credi che sia possibile. Ti immagini già mamma, col tuo bimbo, o bimba, tra le braccia. Nel tragitto dall’ospedale a casa ci parli, con la tua pancia, come se quell’essere fosse già vero e formato. E tra te e te sorridi, per un secondo, col cuore colmo di una speranza che non ti apparteneva più.

Dopo il transfer, ti dicono che non devi fare sforzi. Ti senti fragile, come una bambola di porcellana che si potrebbe infrangere da un momento all’altro. E provi sensi di colpa anche per un banale colpo di tosse.

Ti dicono che i dolori alla pancia, le nausee, i giramenti di testa sono normali, e speri siano un buon segno. Invece, tre giorni prima del test di gravidanza, vedi le mutandine macchiate di rosso, il solito maledetto rosso rubino, con flusso abbondante, lombi che dolgono, e capisci che anche stavolta, seppur dopo tanta fatica, punture, pastiglie, ovuli di progesterone, il sogno è infranto. Il percorso della PMA per te finisce qui.

Scoppi in lacrime, in bagno, aggrappata alla spalla del tuo compagno che è già pronto per uscire di casa. Cerca di stringerti e di essere forte per te, ma ha gli occhi rossi anche lui.

E pensi che, alcune mattine, bisognerebbe avere un sacro diritto al silenzio, al dolore e al lutto. I messaggi che arrivano – stupidaggini, le solite stupidaggini – sono un peso, un fastidio. Ti senti vuota, stanca, impotente. Vuoi solo piangere rannicchiata in un angolo del divano. Ma non puoi.

Come fanno quelle che si rimettono in pista subito? Come fanno quelle che provano a fare un bambino come se stessero provando a fare una torta? Sembrano pronte a poter nuovamente scegliere e dosare gli ingredienti giusti, a misurare la temperatura del forno, in attesa che finalmente la torta riesca e si possa finalmente mangiare. 

Quanto le invidi.

Quando non riesci a fare un figlio, non sai se ci riproverai. Non sai quanto ancora potrai sopportare di avere il cuore spezzato. Il tempo è contro di te. La biologia è contro di te. Il tuo corpo è contro di te. Tu, coi tuoi stessi impegni, sembri vivere contro di te. Quanto potrai sopportarlo ancora prima di rassegnarti? 

E mentre te lo domandi, torni alla tua vita, alla tua normalità di non-madre. 

Torni a rispondere con un mezzo sorriso educato a chi ti domanda come sia andata e che, sperando di incoraggiarti, ti suggerisce di non abbatterti. Facile dare fiato alle frasi fatte, per chi ha due figli arrivati senza sforzo.

Torni a provare fastidio per la pena, la compassione, la morbosità degli altri.

Torni ad ascoltare le lamentele delle madri stressate, che ti invidiano perché tu “hai tempo per te” e loro no. 

Torni a leggere i post delle donne che i bambini li odiano perché sporcano, piangono, danno fastidio al ristorante.

Torni a rassicurare la mamma, preoccupata perché ha intravisto la tua disperazione.

Torni a non rispondere ai messaggi innocenti di tua cognata, che sul gruppo WhatsApp di famiglia pubblica le foto del suo bellissimo bambino. 

Torni a soffocare il tuo dolore nel lavoro, sempre tanto, sempre disorganizzato, sempre su più fronti.

Torni ad osservare il tuo compagno soffocare il suo dolore nel lavoro e anche in ore di gioco alla play, sentendoti un po’ più sola.

Torni al senso di colpa. All’inadeguatezza. Alla stanchezza. 

In fondo, quando non riesci a fare un figlio, solo tu sai quanto faccia male.

Ci penserai domani a riprenderti. Ci penserai domani, a stare meglio.

Il mondo, per un giorno, può starsene decisamente fuori dalla porta.

Firmato, una lettrice